XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi
Celebrazione Eucaristica presieduta dal Card. Domenico Battaglia
Arcivescovo di Napoli
Chiesa Cattedrale, 15 settembre 2026

E’ stato il Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli, a presiedere nella Chiesa Cattedrale di Palermo la Celebrazione Eucaristica nel XXXIII anniversario del Martirio del Beato Giuseppe Puglisi. In luogo dell’omelia, il Card. Battaglia ha offerto una sua “lettera” a don Pino Puglisi:
Lettera a don Pino Puglisi
Questa sera avrei potuto pronunciare un discorso.
Avrei potuto parlare del beato Giuseppe Puglisi, del sacerdote, dell’educatore, del martire. Avrei potuto ricordare le date, ricostruire gli avvenimenti, cercare parole solenni per raccontare ciò che accadde qui, trentatré anni fa.
Ma ci sono uomini dei quali non si riesce a parlare al passato.
Uomini che, quando li chiami per nome, sembrano voltarsi.
Per questo ho scelto di non pronunciare un discorso su don Pino. Ho scelto di scrivergli una lettera. Perché le lettere si scrivono a chi è lontano, è vero. Ma qualche volta si scrivono anche a chi è diventato così vicino da non poter essere raccontato: soltanto chiamato.
E allora permettetemi di cominciare così.
Caro don Pino.
Caro don Pino,
sono passati trentatré anni.
Gli uomini li contano così, gli anni: uno dopo l’altro. Li mettono in fila per convincersi che il tempo proceda diritto e che ciò che è accaduto rimanga indietro.
Ma il tempo di Dio non cammina in quel modo.
Il tempo di Dio torna.
Riapre le porte.
Raccoglie le parole lasciate cadere.
Fa germogliare ciò che credevamo sepolto.
Per questo, Pino, tu non sei rimasto indietro.
Sei ancora qui.
Sei nella voce di un ragazzo che rifiuta il primo favore della mafia. Sei nelle mani di una madre che protegge suo figlio dalla strada. Sei in un insegnante che non si rassegna. Sei in un prete che apre una porta quando tutti gli consigliano di chiuderla.
Sei in ogni uomo che, davanti al male, non domanda se riuscirà a vincere.
Domanda soltanto da quale parte deve stare.
Tu avevi capito una cosa semplice e terribile: la mafia non comincia con una pistola.
Comincia molto prima.
Comincia quando a un bambino viene rubata la possibilità d’immaginare una vita diversa.
Cosa Nostra.
Poltrona di paura.
Altare di omertà.
Scuola di miseria educativa.
Eppure, dentro quella poltrona di paura, abitava il tuo sorriso obliquo.
Camicia chiara, fronte larga, capelli in lite perpetua con il vento di mare.
Portavi in tasca palloni sgonfi e Vangeli consunti. Li rovesciavi nelle mani dei ragazzini come semi in un campo che tutti chiamavano perduto.
Insegnavi loro a leggere il giornale, perché imparassero a leggere anche il mondo. Nessun proclama. Nessuna scorta. Soltanto il Vangelo appeso al filo del quotidiano.
E bastò.
Bastò a smascherare l’invincibilità dei boss. Avevano compreso che un bambino capace di leggere, giocare, scegliere e alzare la testa sarebbe diventato un uomo impossibile da mettere in ginocchio.
Ed ecco il paradosso: quando il potere si accorse di quel prete disarmato, ne decretò la condanna. Perché un Vangelo che cammina scalzo per il vicolo, che ride al sole con i bambini, spezza più catene di mille comizi.
C’è un’intelligenza sovversiva nel dono gratuito: non si compra, non si ricatta, non si arresta. Il male la teme più del piombo.
Fu allora che decisero di fermarti.
Quella sera era il tuo compleanno. Tornavi a casa. Ti aspettavano davanti al portone.
Tu li vedesti.
E sorridesti.
«Me l’aspettavo».
Forse il Vangelo intero è racchiuso in quell’istante.
Un uomo disarmato davanti a uomini armati. Un sorriso davanti alla morte. La certezza che possono spezzarti il corpo, ma non possono più fermare ciò che hai messo in cammino.
Ti uccisero, Pino.
Ma sbagliarono i calcoli.
Pensavano che eliminando un uomo avrebbero cancellato un segno. Non sapevano che i segni di Dio funzionano al contrario: quando vengono spezzati, si moltiplicano.
Come il pane.
Da quella sera sei diventato pane.
Pane per Palermo.
Pane per la Chiesa.
Pane per quanti continuano a vivere nelle periferie dimenticate, dove lo Stato arriva tardi e la criminalità arriva sempre puntuale.
Vengo da Napoli, Pino. Da una città bellissima e ferita, così simile alla tua. Anche lì conosciamo quartieri nei quali nascere può sembrare già una condanna. Anche lì ci sono ragazzi ai quali il male offre un lavoro prima che il bene riesca a offrire una speranza.
Le periferie si assomigliano tutte.
Cambiano i nomi delle strade, ma le madri piangono allo stesso modo. I ragazzi hanno la stessa fame di futuro. E il male usa sempre la medesima menzogna: convincere gli ultimi che non esista nessun’altra possibilità.
Tu ci hai insegnato che la Chiesa deve stare precisamente lì.
Non a osservare le ferite da lontano.
Non a organizzare convegni sulla sofferenza degli altri.
Non a benedire l’ordine apparente delle cose.
Deve stare dentro la ferita.
Deve conoscere i nomi. Deve entrare nelle case. Deve sedersi accanto a chi non conta. Deve sporcarsi le mani di vita, anche quando la vita è confusa, arrabbiata, persino colpevole.
Una Chiesa che non disturba il potere rischia di non consolare più nemmeno i poveri.
Tu disturbavi.
Disturbavi perché eri libero. E gli uomini liberi sono insopportabili per chi governa attraverso la paura.
Non avevi bisogno di gridare. Ti bastava esserci.
In un mondo nel quale tutti volevano essere qualcuno, tu avevi scelto di essere accanto a qualcuno.
Forse è questa la santità.
Non salire, ma scendere.
Non farsi vedere, ma vedere.
Non chiedere agli altri di venire, ma andare a cercarli.
Oggi siamo venuti qui per ricordarti. Ma tu, probabilmente, ci domanderesti di non perdere troppo tempo a ricordare.
Ci indicheresti ancora i bambini.
Ci diresti che la memoria è vera soltanto quando diventa responsabilità. Che deporre un fiore non basta, se poi lasciamo soli coloro per i quali sei morto. Che pronunciare il tuo nome può diventare persino una forma elegante di tradimento, se non abbiamo il coraggio di continuare ciò che hai cominciato.
Avevi detto: «Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto».
Non chiedesti a tutti di fare tutto.
Chiedesti a ciascuno di fare qualcosa.
È in quel “qualcosa” che oggi si misura la nostra fedeltà.
Qualcosa per un ragazzo che sta per perdersi.
Qualcosa per una famiglia soffocata dalla povertà.
Qualcosa per chi denuncia e rimane solo.
Qualcosa per liberare le nostre comunità dal favore, dall’omertà e dalla rassegnazione.
Qualcosa, anche piccolo, purché sia vero.
Perché il bene non ha sempre bisogno di gesti straordinari.
Talvolta gli basta una porta aperta.
La tua porta.
Caro Pino, veglia sulle nostre città.
Veglia su Palermo e su Napoli. Sui vicoli nei quali la bellezza e il dolore abitano nella stessa casa. Sui sacerdoti stanchi, perché non dimentichino per chi sono diventati sacerdoti. Sulla Chiesa, perché non cerchi protezione presso i potenti e non perda mai la libertà di chiamare il male con il suo nome.
Veglia soprattutto sui bambini.
Quando qualcuno dirà loro che non possono cambiare la propria storia, aiutaci a essere lì. A dire il contrario. A raccontare che esiste sempre un’altra strada e che nessun uomo nasce per appartenere alla mafia, alla camorra o alla paura.
Aiutaci a non limitarci a commemorare il tuo martirio.
Insegnaci a renderlo inutile.
Inutile, sì.
Perché nessun altro sacerdote debba morire per aver difeso i bambini. Perché nessun ragazzo debba scegliere tra la fame e il crimine. Perché nessuna madre debba inginocchiarsi davanti alla bara di un figlio.
Quel giorno, Pino, il tuo sangue avrà finalmente terminato di gridare.
E resterà soltanto il sorriso.
Quel sorriso con cui accogliesti persino chi veniva a ucciderti. Non il sorriso di chi si arrende, ma quello di chi sa che il male è già sconfitto, anche quando sembra avere in mano l’ultima parola.
Perché l’ultima parola non appartiene agli assassini.
Non appartiene alla paura.
Non appartiene alla morte.
L’ultima parola appartiene sempre alla vita.
Buon compleanno, Pino.
Continua a camminare con noi.
E quando ci vedrai stanchi, prudenti, tentati di voltarci dall’altra parte, torna a ripeterci la tua frase più semplice.
Ognuno faccia qualcosa.
Noi proveremo a farlo.
Perché si possa fare molto.
Perché si possa fare tutto.
Insieme.
Al termine della Celebrazione, sempre nella Chiesa Cattedrale, la presentazione del libro “Il Vangelo per le strade. Discorsi alla città di Palermo” (Ed. Il pozzo di Giacobbe) di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo.
Interventi:
Card. Domenico Battaglia, Arcivescovo di Napoli
Dott. Antonio Balsamo, Presidente della Corte d’Appello del Tribunale di Palermo
Suor Paolina Mastrandrea, delle Suore Collegine della Sacra Famiglia
Modera don Salvatore Biancorrosso
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