402° Festino in onore di Santa Rosalia Patrona di Palermo

Ex Oratorio S. Mattia dei Crociferi, 13 luglio 2026 – S. Messa per l’Amministrazione comunale della Città di Palermo

Omelia Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice

Sopraggiunge anche quest’anno il Festino. La Città si risveglia e si ritrova per ri-cor-dare Rosalia. Donna, cittadina e cristiana inedita rispetto al suo contesto familiare, culturale, urbano, religioso. Donna nuova, originale, attuale. Capace di rientrare in sé stessa, di intraprendere un solido percorso umano-spirituale che l’ha portata a fermarsi sul senso nella e della vita personale e sociale. Donna «della “metanoia”, della trasformazione personale, del rinnovamento interiore» (Paolo VI), della forza interiore essenziale al cambiamento di sé necessario ad ogni essere umano. Processo personale essenziale per ogni trasformazione sociale, per un costruttivo apporto alla trasfigurazione della Città. Non c’è liberazione della Città da tutto quello che ne frena e ostacola il progresso politico, sociale, economico, urbano, culturale, senza una conversione etica e spirituale di quanti la abitano e di quanti la amministrano. Di quanti presiedono alle diverse Istituzioni Politiche, Militari, Accademiche, Culturali, Religiose. Approfitto di salutare quanti e quante siete stati posti al servizio delle Istituzioni in questa nostra Città.

La bellezza e la consistenza interiore umana genera bellezza civica. Custodisce, valorizza ed esalta il patrimonio storico, artistico, culturale, umano, spirituale della Città che abitiamo. Fa crescere il senso comunitario della vita, vera risposta alle solitudini e all’individualismo, all’incuria e all’indifferenza, alla sopraffazione e alla violenza. La bellezza interiore apre vie di pace e di riconciliazione, processi di condivisione e di liberazione, di dialogo tra diversi. Suscita adesione alle sofferenze, alle attese e alle speranze, attenzione al gemito e alla protesta delle periferie esistenziali e urbane, corresponsabilità verso i più deboli.

Questo nostro 402° Festino è il Festino a Rosalia per la sua Città. Si prefigge di veicolare un messaggio umanamente e culturalmente fecondo ai nostri concittadini, spiritualmente proficuo. Capace di nutrire tutto l’essere umano, nella sua inscindibile unità di spirito e corpo. Nel suo essere “spirito incarnato”. Nelle sue relazioni familiari e sociali.

Avviciniamo la Città avvicinandoci a Rosalia alla luce delle letture bibliche.

Rosalia, amando, come lei stessa afferma nel poema epico di Petru Fudduni, «A lu miu Cristu humanu, e infinitu», «abbrazza lu Diu incomprensibili / Picciulu, grandi; humili, e terribili». Un Dio che rivela un volto inedito rispetto ai consueti canoni culturali e religiosi del tempo. Volto in sé incomprensibile ma che si di-spiega, che dia-loga, assumendo la limitatezza delle parole umane; che non usa l’onnipotenza per creare distanza e imporre il suo dominio. Il Grande, Piccolo; il Terribile, Umile e Mite.

Un Dio che propone una relazione capace di cambiare la vita di chi lo accoglie con cuore sincero, con fede; che affascina perché non chiede il culto esteriore ma quello di tutta la vita conforme al suo Nome, alla sua Parola, alla sua Logica. Un Dio che non ammette la separazione tra la fede professata nel tempio con le labbra e la prassi delle scelte che guidano la vita e le relazioni umane, specialmente quelle che hanno una ricaduta sociale in ordine alla costruzione della città umana secondo giustizia e solidarietà.

Lo abbiamo ascoltato nella prima lettura biblica tratta dal Profeta Isaia: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Is 1,15-17). Nel Salmo responsoriale abbiamo pregato: «a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio» (dal Sal 49/50).

Sempre nel poema di Fudduni, Sinibaldo chiede alla figlia il motivo della sua radicale scelta di vita: «Ò fighiola mia pri quali offisa, / Chi culpa hai fatta tu chi tantu chianci, / Chi la grandizza in baxizza la canci?». E Rosalia risponde, quasi riprendendo il testo isaiano: «Dintra lu pettu miu liberu, e francu / Spusai cu Christu la Virginitati» […]. «Si morsi Christu pri miu benefitiu / Iu sugnu pronta muriri in sò sirvitiu» […] / «Dispinzati a li poviri, ogni haviri / Nun curriti a lu mundu à xiota brighia. / La luci vaia avanti, e non di appressu /Chi di la vita la morti stà impressu».

Rosalia da vera cristiana, avendo deciso di votarsi totalmente a Dio e alla sua logica, pone scelte controcorrente, che suscitano incomprensione reazione e opposizione. In casa, nelle relazioni familiari; nella città, nelle relazioni sociali. Relativizza i beni terreni, il potere, le ricchezze, i fasti, le convenzioni sociali, culturali e religiose: «Lassa lu Patri, e la Matri in darreri / Parenti, spusu, amici, robba, e mundu, / Biddizzi vani, pompi lusingheri, / Fuij l’invidia, e lu sdegnu iracundu».

Nella pagina evangelica odierna abbiamo appena ascoltato: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,37-39). Sembra trovarsi dinanzi al sentire comune odierno ascoltando le parole messe da Fudduni sulle labbra di Sinibaldo: «Dunca hai pirdutu lu giuditiu humanu / Chi sù chisti chi fai cosi di pazzi? / Cui di la giuvintù ti fà luntanu,/Chi sunnu tanti lacrimi, e strapazzi?». La risposta di Rosalia è puntuale: «Chi sugnu na mbriaca è chiù chi veru,/Bensì nun haiu vivutu lu vinu materiali ma puru e sinceru/Vinu spirituali, almu e divinu./Su pazza ancora, e chiù impazziri speru: /Amandu lu miu Christu di cuntinu;/Na sula cosa mi displaci assai/Tardu lu canuxij, tardu l’amai».

Una Santuzza, in questo Festino, che ci chiede di alzare lo sguardo a Dio ripercorrendo gli abissi della nostra interiorità – della nostra coscienza umana – per aiutarci ancora oggi ad essere liberi da ogni forma di male; [una Santuzza] che dice alla sua Città: «Cessate di fare il male» (Is 1,16), perché ritorniamo al gusto del bene: «imparate a fare il bene» (Is 1,17). Che vuole contagiarci il coraggio della sua ‘lucida e liberante pazzia’ – della sapienza di Dio che è stoltezza agli occhi del mondo –, così da prendere le distanze dalla logica disumana e mortifera della sopraffazione e del potere ostentato, della violenza spettacolarizzata e dell’indifferenza strutturata, del piacere sfrenato e brutale, dell’illegalità pianificata e dell’idolatria del profitto: «Lu timuri di Diu, lu bon custumi, / E chi si chiama vera sapientia / Autramenti sù ntorci senza lumi, / Chi lu difettu guasta ogni scientia, /E na terra senz’erva, un siccu umi, / Navi senza timuni, e pruvidentia, / Corpu senz’alma pri lu vitiu riu / Torna l’homu infilici senza Diu».

Bellezza, armonia e felicità duratura semini in Città il festante ricordo di S. Rosalia.