L’Arcivescovo apre le porte di casa
Concerto di fraternità
Cattedrale di Palermo – 9 luglio 2026
Carissimi, si allega il testo del Messaggio che l’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice rivolgerà questa sera nella Chiesa Cattedrale ai rappresentanti delle altre fedi religiose presenti in città, un appuntamento tra i più attesi nelle giornate del Festino in onore di Santa Rosalia. In grassetto, i riferimenti e i richiami ai temi di stretta attualità. Il Messaggio introdurrà il concerto eseguito dal “The Chapel Choir of University College” di Durham. L’evento è promosso dall’Ufficio Pastorale per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso dell’Arcidiocesi di Palermo.
Luigi Perollo
Care Amiche, Cari Amici,
buonasera e benvenuti nella casa della pace che costruiamo assieme. Vi abbraccio con affetto e vi stringo idealmente a me in questo momento per noi così usuale, così intimamente significativo. Come ogni anno siamo qui, stasera, a risentire il nostro legame, a rinnovare i gesti della fratellanza, a condividere la reciproca comunione.
L’occasione che ci viene offerta oggi è però speciale, perché ci incontriamo attorno alla musica, al linguaggio più universale e più arcaico che rigenera quel sentirsi assieme in una traità che è prima, al di là e oltre le parole. È un frammento che come germe anticipa e preme per diventare l’albero del riconoscimento dell’altro e della condivisione.
La musica ci riporta infatti al grembo materno e rinnova l’esperienza di un toccarsi reciprocamente i cuori prima di essere separati dai pensieri. La musica compie il miracolo racchiuso nelle splendide parole: «cor ad cor loquitur (il cuore parla al cuore)». La musica è, infatti, un linguaggio che non vuole traduttori ma solo cuori che si sintonizzano al ritmo che regge l’universo e battono il tempo del cosmo intero. Per alcuni antichi filosofi, le sfere celesti erano come strumenti musicali. Il loro movimento produceva armonia e il loro linguaggio musicale era lo stesso di quello degli angeli e di tutti gli esseri viventi.
Siamo insieme come un’orchestra o un coro che da un confine all’altro della terra, con i suoi gesti, le sue parole, i suoi incontri, ma anche i suoi respiri, i suoi gemiti, i suoi aneliti, le sue grida di gioia o di dolore, suona e canta la sinfonia del mondo e, segretamente, si corrisponde e si accompagna. La musica stasera ci raccoglie come esecutori di una melodia reale e sconosciuta, di cui ognuno di noi, ogni vivente – e per primi gli uccelli del cielo, come sapeva bene Francesco d’Assisi – conosce e suona solo poche note. Le poche note di uno spartito che ci supera e ci abbraccia.
La musica è bellezza, ma sa esprimere anche il dolore della mancanza di corrispondenza e di armonia, quando il creato viene ferito e gli uomini diventano nemici. Quando trasformano gli archetti, i plettri e i fiati in armi e fucili, mitra e coltelli. Il canto di gioia in grido di guerra. È questo dramma che stasera ci raccoglie in casa fraterna per dare voce ad un concerto di fraternità e di pace grazie ai canti del Coro della Cappella dell’University College di Durham. Sono canti della liturgia anglicana. Con questi canti vogliamo dare voce al coro dell’umanità intera e in particolare a quelle donne e quegli uomini che, dall’abisso della loro sofferenza, innalzano verso il cielo il canto della liberazione, l’urlo della speranza, l’attesa della pace, l’invocazione che penetra i Cieli.Stasera in questa Casa che ci accoglie e dove tutti siamo riconosciuti e amati, a partire dalla differenza delle nostre provenienze di fede e di culto, si innalza all’unisono un canto di vicinanza, di amicizia, di sostegno e di aiuto ai derelitti e ai disperati prostrati dalla sopraffazione della violenza e dalla devastazione mortifera della guerra.
Stasera noi ascoltiamo e siamo partecipi del grido di tutti gli oppressi della terra. Perché sappiamo bene, care Amiche, cari Amici, che il nostro mondo si sta trasformando in una «terra deserta, in una landa di ululati solitari» (Dt 32,10), in uno spazio, cioè, in cui miliardi di persone sono ridotte alla schiavitù e votate all’annientamento. L’umanità degli oppressi ha molti volti. Quello dei migranti sfruttati, violati, annegati; quello dei popoli del Nord Kivu e dei bambini costretti a lavorare senza sosta, nelle miniere d’oro e nei giacimenti di minerali rari, dall’avidità senza scrupoli dell’Occidente opulento, dalla nostra avidità; il volto dei bambini e degli anziani, delle donne e degli ammalati schiacciati in tanti Paesi da progetti criminali di invasione, distruzione e di privazione della dignità, nati dalla perversa mente di narcisisti deliranti; il volto dei poveri e dei senza tetto di ogni metropoli del mondo. Ha il volto di tanti nostri giovani di Palermo, avvelenati da un’aria putrida, ammorbata dal mito dell’aggressione, dalla droga, dalla cultura del sopruso, dalla logica mafiosa. Ha il volto di tutte le vittime della violenza, di tutti i senza voce, i senza diritti, di tutti gli scarti della storia.
A questa voce, a questo grido, a questo lamento noi ci uniamo stasera. Senza nasconderci una realtà chiara, innegabile: ci sono poteri e culture che questa schiavitù mondiale la sostengono e la incentivano. Ci sono donne e uomini ai vertici delle nazioni che pensano alla guerra, all’aggressione del debole, al diritto spietato del più forte come l’unica via dell’umanità – o meglio della disumanità – futura. Amiche e Amici, di fronte a tutto questo noi non possiamo restare in silenzio. Perché noi conosciamo i nomi e i cognomi di quanti a Palermo, in Sicilia, in Italia, nell’area del Mediterraneo, in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo intero vogliono perseguire la strada della violenza e della sopraffazione. E perciò non possiamo e non dobbiamo restare in silenzio.
E non possiamo derogare alla nostra vocazione. Noi siamo donne e uomini della re-ligio, del legame. Siamo nel mondo per aiutare tutti i viventi a scoprire e a gustare il vincolo della fraternità che ci unisce tutti, come ci ha ricordato Papa Francesco. Siamo nel mondo per essere come quell’uomo di Samaria, che scendendo da Gerusalemme a Gerico ha deciso di fermarsi di fronte al povero disgraziato, di soccorrerlo, di fasciarlo, di metterlo in salvo (cfr Lc 10,25-37). Questa parabola – come ci ha spiegato sabato scorso a Lampedusa Papa Leone XIV – è l’essenza della religione. Le sue forme e le sue parole noi le ritroviamo in ognuna delle nostre tradizioni: nell’AT, nel NT, nel Corano, nei testi sacri del Buddismo e dell’Induismo, nei canti degli Indiani d’America, così come nelle grandi poesie e nei grandi testi delle nostre civiltà. Non possiamo seguire altre vie. Non possiamo ascoltare altre parole. Dobbiamo dirci con franchezza stasera che tante volte non abbiamo fatto abbastanza per i piccoli e i poveri. Che tante volte ci siamo girati dall’altra parte, perseguendo l’alleanza mortale tra la religione (ridotta a nulla) e il potere dei grandi della terra. Che anche i nostri nomi e i nostri cognomi, a volte o forse spesso, sono stati annoverati tra quelli degli sfruttatori e dei violenti: per convenienza, per ignavia, per assurda complicità. Abbiamo tradito la nostra origine, i nostri padri, le nostre parole, e ci siamo accomodati nel salotto buono della storia.
I canti della liturgia anglicana che ascolteremo stasera vengano a risvegliarci e ci diano il coraggio della pace, la gioia di invocare il dono di una Casa comune abitata dalla Pace, la forza della testimonianza disarmata, il desiderio profondo di agire per cambiare le cose, per uscire insieme dall’abisso in cui ci sentiamo caduti, per scendere in mezzo alla nostra gente, ai nostri popoli. Non abbiamo paura delle nostre parole, povere agli occhi dei grandi del mondo e a volte anche di alcuni capi delle religioni contagiati dalle logiche mondane e dai privilegi ricercati. Il nostro Dio, in qualunque fede e con qualunque preghiera noi lo adoriamo, faccia della nostra povertà e del nostro nulla, oggi come allora, la premessa di un cammino di speranza e di lieti annunzi di pace, di bene di salvezza e di liberazione (cfr Is 52,7). Dio, nei suoi tanti e santi Nomi, «annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore» (Sal 84,9).
Di fronte all’assordante suono delle armi e alla violenza, silenziosa o urlata che sia, noi creiamo – Amiche e Amici – il ‘controcanto della speranza’, del darsi la mano, del resistere. È un controcanto che risuona nell’intimo di ogni cuore, anche in quello dei violenti. Se lo cantiamo assieme e indomiti, opereremo l’in-canto per cui anche le menti di morte saranno vinte dal canto dell’amore che risuona in ogni cuore. Concludo dando voce al poeta e scrittore francese Christian Bobin:
«Se uno procura la morte, è perché è già morto. Chi uccide, lo fa per mancanza d’aria. Quelli che fanno il male li chiamiamo “mal respiranti”. Noi non puniamo il criminale, lo aiutiamo a ripristinare in sé la respirazione naturale. Portiamo i nostri assassini nel bosco. Chiediamo loro di prestare attenzione al chiacchierio delle foglie, al recitare delle sorgenti e al sentenziare del vento. Chiediamo loro di starci quanto vogliono, di non dimenticare nulla e di raggiungerci poi nella radura, per raccontarci tutto. Quando tornano, diciamo loro questo: inoltratevi di più nel bosco, là dove il verde diventa nero. Chiudete gli occhi. Ascoltate ciò che, in voi, è come la foglia, come la sorgente, come il vento. Quel tempo è il più lungo. Dopo alcuni mesi il primo ritorna e inizia a cantare, nel mezzo della radura. Perché da noi il canto è rimedio, il canto è luce, il canto è verità, pura respirazione del vero nel vero, dello spirito nello spirito, del cuore nel cuore. Quando la sua voce s’invola fino al cielo, imponendo il silenzio agli uccelli intorno, allora sappiamo che è guarito, e guarito bene: non più pietre sul respiro, né cenere sull’anima» (C. Bobin, L’altra faccia).
Benvenuti e buon ascolto a tutte e a tutti.
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